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21 marzo 2018

L’insegnamento delle lingue straniere in un’Europa sempre più multilingue

"Una prospettiva per il 2025 dovrebbe essere un'Europa in cui imparare, studiare e fare ricerca non siano limitati da confini. Un continente in cui sia divenuto la norma trascorrere un periodo in un altro Stato membro, per studiare, formarsi o lavorare, e parlare altre due lingue oltre alla propria lingua madre. Un continente in cui le persone abbiano un forte senso della propria identità di europei, del patrimonio culturale dell'Europa e della sua diversità."

di Simona Baggiani

Così si legge nella recente Comunicazione, Rafforzare l’identità europea grazie all’istruzione e alla cultura (novembre 2017), in cui l’apprendimento delle lingue emerge ancora come una delle priorità della Commissione europea. Si tratta dell’ultima tappa del complesso percorso verso un’Europa multilingue che prende avvio dal celebre “obiettivo di Barcellona” (2002) in cui il Consiglio europeo invitava gli Stati membri ad attuare misure per “migliorare la padronanza delle competenze di base, segnatamente mediante l’insegnamento di almeno due lingue straniere sin dall’infanzia”. Importanti e successive tappe sono state la Comunicazione della Commissione europea, Il multilinguismo: una risorsa per l’Europa e un impegno comune (2008), e le Conclusioni del Consiglio sul multilinguismo e lo sviluppo delle competenze linguistiche (2014), in cui i paesi dell’UE si sono fortemente impegnati a migliorare l’insegnamento delle lingue a scuola.

Se ci spostiamo nel contesto nazionale, anche le Indicazioni per il curricolo del 2012 in molti passaggi richiamano alla necessità di dotare gli alunni di sicure competenze linguistiche. Nel capitolo “La scuola del primo ciclo”, si legge infatti: (…) “All’alfabetizzazione culturale e sociale concorre in via prioritaria l’educazione plurilingue e interculturale. La lingua materna, la lingua di scolarizzazione e le lingue europee, in quanto lingue dell’educazione, contribuiscono infatti a promuovere i diritti del soggetto al pieno sviluppo della propria identità nel contatto con l’alterità linguistica e culturale. L’educazione plurilingue e interculturale rappresenta una risorsa funzionale alla valorizzazione delle diversità e al successo scolastico di tutti e di ognuno ed è presupposto per l’inclusione sociale e per la partecipazione democratica.” Nel recentissimo documento Indicazioni nazionali e nuovi scenari, che propone alle scuole una rilettura delle Indicazioni del 2012 attraverso la lente delle competenze di cittadinanza, viene riconfermato l’apprendimento di più lingue come strumento indispensabile che pone le basi per la costruzione di conoscenze e facilita il confronto tra culture diverse.

Il nuovo quaderno di Eurydice Italia, Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue a scuola in Europa, si colloca perfettamente in questo contesto, europeo e nazionale, ed esplora tutti i principali aspetti concernenti tale tematica attraverso l’analisi comparativa di dati statistici, informazioni sulle politiche e normativa in materia scolastica. Si tratta infatti della traduzione italiana del rapporto della rete Eurydice, Key Data on Teaching Languages at School in Europe – 2017 Edition, che analizza 60 indicatori organizzati in cinque diversi capitoli: contesto, organizzazione, partecipazione, insegnanti e processi educativi. Per costruire gli indicatori sono state usate varie fonti, nella fattispecie la rete Eurydice, Eurostat, e le indagini internazionali OCSE/PISA e TALIS. I dati Eurydice coprono tutti i paesi dell’Unione europea, oltre a Bosnia – Erzegovina, Svizzera, Islanda, Liechtenstein, Montenegro, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Norvegia, Serbia e Turchia.

Qui di seguito una sintesi dei risultati in cui si è cercato di evidenziare il dato italiano nell’analisi più globale del contesto europeo di riferimento, offerta da questo ultimo volume dell’unità italiana di Eurydice.

 

CONTESTO

La diversità linguistica fa parte del DNA dell’Europa e comprende non solo le lingue ufficiali degli Stati membri, ma anche le lingue regionali e minoritarie parlate per secoli sul territorio europeo, nonché quelle portate dalle varie ondate di migranti. La coesistenza di questa varietà di lingue costituisce una risorsa, ma al tempo stesso anche una sfida per l’Europa.

Nell’Unione europea, di fatto, ben 66 lingue hanno lo status di lingue ufficiali e di queste, 26 sono lingue di Stato ufficiali.

Il numero di lingue regionali o minoritarie ufficialmente riconosciute varia a seconda dei paesi. Se alcuni paesi non hanno nessuna o una sola lingua regionale riconosciuta, altri ne riconoscono addirittura più di dieci. La Croazia, per esempio, riconosce ben 21 lingue regionali, minoritarie o non territoriali. E anche l’Italia ha 12 lingue minoritarie riconosciute ufficialmente.

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Il quadro linguistico europeo si compone anche delle lingue non territoriali, lingue, cioè, usate da alcuni gruppi di cittadini dello Stato ma “che […] non possono essere ricollegate a un’area geografica particolare di quest’ultimo” (Consiglio d’Europa, 1992). Tipico esempio di lingua non territoriale è il romanì, lingua minoritaria ufficialmente riconosciuta in dieci paesi – Repubblica ceca, Germania, Croazia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia, Finlandia, Svezia ed ex-Repubblica jugoslava di Macedonia – e lingua regionale/minoritaria riconosciuta nel Land di Burgenland in Austria.

Infine, oltre alle lingue ufficiali, va segnalata l’esistenza di lingue parlate da popolazioni migranti, in particolare arabo, turco, urdu, hindi e cinese (Eurostat 2016), che contribuiscono alla diversità linguistica europea e completano il quadro della situazione.

La figura qui sotto mostra, tuttavia, che la percentuale di studenti quindicenni che a casa non parla la lingua di istruzione è piuttosto bassa, circa il 9% a livello UE.  In Italia, nonostante i recenti flussi migratori che hanno portato come conseguenza un notevole aumento di alunni/studenti con cittadinanza non italiana, la percentuale di studenti che a casa non parla la lingua di istruzione resta ancora inferiore alla media UE.

 

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ETÀ DI INIZIO DELL’INSEGNAMENTO DELLE LINGUE STRANIERE

Gli alunni europei cominciano ad imparare una lingua straniera sempre più precocemente, ossia nei primi anni dell’istruzione primaria (tra i 6 e i 7 anni). L’Italia fa parte di questo gruppo in quanto prevede l’insegnamento obbligatorio dell’inglese a partire dal primo anno della scuola primaria.

 

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Tuttavia, in molti paesi il volume orario dedicato alle lingue straniere resta ancora piuttosto modesto nei curricoli del livello primario. Nella maggioranza dei paesi questa percentuale varia dal 5 al 10% del volume orario totale e il numero annuale di ore dedicato a questo insegnamento varia da 35 a 70.

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Lo studio di una seconda lingua straniera non è obbligatorio in tutti i paesi anche se sempre più studenti studiano una seconda lingua straniera a livello secondario inferiore. Ciò riflette un cambiamento delle politiche in numerosi paesi, compreso il nostro, che si sono posti come obiettivo di anticipare l’età di inizio dell’insegnamento obbligatorio della seconda lingua straniera; ciò ha fatto ovviamente aumentare la percentuale degli studenti che imparano due lingue straniere. Infatti, a differenza del 2003, l’apprendimento di una seconda lingua straniera è ora obbligatorio per tutti gli alunni degli ultimi anni dell’istruzione primaria in Danimarca, Grecia e Islanda e a partire dall’inizio dell’istruzione secondaria inferiore in Repubblica ceca, Francia, Italia, Malta e Polonia.

 

OFFERTA DI LINGUE STRANIERE NELLE SCUOLE

L’inglese è, come facile immaginare, la lingua straniera più studiata nelle scuole dei paesi europei, sia durante l’istruzione primaria che secondaria.

In nove paesi europei (Francia, Croazia, Italia, Cipro, Malta, Austria, Polonia, Liechtenstein ed ex-Repubblica jugoslava di Macedonia), la maggior parte degli studenti (oltre il 90%) studia l’inglese dalla prima classe fino al completamento dell’istruzione.

Il francese è la seconda lingua straniera più comunemente studiata nel livello secondario inferiore. Il tedesco è la terza lingua straniera più popolare, seguito dallo spagnolo con il 13,1%.

 

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Le lingue straniere diverse da inglese, francese, tedesco e spagnolo studiate nei paesi europei da almeno il 5% di studenti nell’istruzione primaria o secondaria generale sono il danese, l’italiano, l’olandese, il russo e lo svedese.

A livello UE, il 2,9% degli studenti dell’istruzione secondaria superiore generale apprende l’italiano. In Croazia, Austria e Slovenia oltre che a Cipro e Malta, l’italiano è studiato da oltre il 10% degli studenti nell’istruzione secondaria inferiore e/o superiore generale.

 

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COMPETENZE LINGUISTICHE ATTESE AL TERMINE DELLA SCUOLA SECONDARIA SUPERIORE

La maggior parte dei paesi usa il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue (QCER) sviluppato dal Consiglio d’Europa per definire livelli di competenza nelle lingue straniere che siano comparabili a livello internazionale.

Al termine dell’istruzione secondaria superiore generale, la maggior parte dei paesi richiede agli studenti come minimo un livello B2 (utente autonomo avanzato) per la prima lingua straniera. Diversi paesi hanno invece stabilito come minimo un livello B1 (utente autonomo – livello soglia). Nessun sistema educativo europeo ha stabilito come livello minimo quello di utente esperto (C1 o C2).

I livelli di risultati attesi per la seconda lingua studiata sono normalmente inferiori rispetto a quelli richiesti per la prima lingua. La richiesta nella maggioranza dei paesi è stabilita al livello B1 (utente autonomo – livello soglia). L’Italia è uno dei pochi paesi che richiede ai suoi studenti di aver raggiunto almeno un livello B2 al termine dell’istruzione secondaria superiore sia per la prima che per la seconda lingua straniera.

 

SOSTEGNO LINGUISTICO PER GLI STUDENTI IMMIGRATI NEOARRIVATI

Definire le tipologie più adeguate di sostegno per gli studenti immigrati neoarrivati che entrano per la prima volta nel sistema educativo del paese accogliente è un primo importante step per saper rispondere correttamente ai loro bisogni. Allo stato attuale, esistono in circa un terzo dei paesi europei delle raccomandazioni a livello centrale sulla necessità di testare la lingua d’istruzione per gli alunni neoarrivati, mentre nel resto dell’Europa l’accoglienza degli alunni neoarrivati è materia che rientra nell’autonomia delle scuole che sono pertanto libere di stabilire le proprie procedure di valutazione.

Una misura di sostegno per studenti neoarrivati è l’offerta di classi separate in cui è previsto un insegnamento intensivo della lingua di istruzione con l’obiettivo di preparare rapidamente gli alunni all’ingresso nelle classi ordinarie. Queste classi preparatorie sono disponibili in meno della metà dei paesi europei. Molti paesi scelgono di integrare gli alunni immigrati neoarrivati direttamente nelle classi ordinarie (nell’anno corrispondente alla loro età), offrendo un sostegno linguistico supplementare, se necessario.

L’Italia rientra in questo gruppo di paesi. Il nostro paese, infatti, ha optato fin dall’inizio per la piena integrazione degli alunni immigrati a scuola che non può tuttavia prescindere dall’acquisizione di una buona conoscenza dell’italiano come L2.

 

Per consultare il Quaderno di Eurydice Italia n. 36: Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue a scuola in Europa

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Tag: Competenze disciplinari